Di un angelo, una beghina, quattordici artisti e un borgo medievale.
Per la sua settima edizione LuciSorgenti si fa in tre e anima gli spazi del centro storico di Cascia (PG) con una mostra personale, una collettiva e una performance teatrale.
Declinare al plurale questi spazi storici è la missione di un manipolo di artisti, dalle storie diverse, ma dagli sguardi aperti uno sull’altro e sul territorio.
La personale di Aldo Grazzi (Pomponesco, 1954) ruota attorno a un ciclo dedicato all’episodio biblico di Tobiolo e l’ Angelo. L’interesse dell’artista per il tema è derivato dalla suggestione provata osservando la scultura lignea quattrocentesca di Scuola marchigiana conservata proprio a Cascia presso la Chiesa di Sant’Antonio. Tobiolo non è che un fanciullo, eppure è costretto a partire per un viaggio lungo e pericoloso per riscuotere dieci talenti d’argento necessari alla sua famiglia per sopravvivere. Sua unica compagnia un viandante misterioso che si rivela poi l’Arcangelo Raffaele. L’esperienza del mondo che Tobiolo acquisisce e il rapporto con la sua guida rendono questo episodio biblico un “racconto di formazione”: Tobiolo matura e diventa interamente uomo nelle difficoltà.
Grazzi narra questo incontro di spiriti tramite una serie di piccole sculture realizzate con materiali naturali come fuscelli di legno e resina, assemblati a tratteggiare due figurette dai contorni appena accennati e rappresentate di volta in volta in tappe diverse del loro viaggio. La felice intuizione risiede nella capacità dell’artista di manipolare materie così fragili ed evanescenti trasformandole in piccoli frammenti di racconto e lasciando che la luce interagisca con esse e le animi.
Dalle precedenti opere più improntate alla modularità e a un interesse per l’alternanza geometrico-matematica – figlia anche della sua attività come musicista – Aldo Grazzi ha vissuto molte vite creative e uno sguardo alla sua produzione, eterogenea perché spazia dalla scultura ai dipinti alle installazioni, può ampiamente testimoniarlo. Tuttavia, resta sotteso e coerente un interesse per la linea, per il contorno e la sua individualità nello spazio, assieme alla scelta di materiali dai colori-non colori, tanto poco essi sono necessari all’economia delle strutture.
L’attività di Aldo Grazzi come docente di Pittura e Tecniche Extra mediali presso l’Accademia delle Belle Arti di Venezia – dove queste sculture sono anche state esposte presso la galleria Marignana Arte – e il suo legame con questa città lo collega anche ai giovani artisti che espongono i loro lavori nella mostra collettiva presso il Palazzo Santi, accomunati dalla loro formazione e dalla rara capacità di confrontarsi con un gruppo e un ambiente molto caratterizzato senza tradire se stessi.
Il titolo Tracking Point richiama scenari di guerra. Si tratta infatti di un “punto di monitoraggio”, una postazione che viene selezionata per la sua importanza strategica e per l’apertura della sua visuale sull’ambiente circostante. In ambito militare lì viene solitamente collocato un soldato armato, pronto a intervenire in caso di bisogno, qui ogni singolo artista si attesta nel suo punto di osservazione privilegiato dal quale interagisce con gli altri tramite la sua opera e, inevitabilmente, riceve nuovi spunti per proseguire la sua ricerca.
Estremamente calzante è il lavoro esposto da Miriam Montani (Cascia, 1986). Le sue Torri d’Avvistamento e la Torre dell’Avvistata, realizzate in mattoni edili dipinti a Secondo Fuoco e mattoni edili grezzi, riprendono il motivo delle torri medievali che caratterizzano il paesaggio della Valnerina e anche di Cascia. Un tempo esse servivano per avvistare i nemici, oggi alludono all’isolamento e alla paura in cui si tende a rinchiudersi. O forse si è rinchiusi. In una delle torri, infatti, una figuretta in ceramica sembra essere prigioniera dell’altezza e del vuoto che la separa dal mondo. Essa allude anche al crescente controllo che la società esercita sull’essere umano, manipolandolo ed emarginandolo mentre illude di includerlo.
L’opera di Chiara Bugatti (Lecco, 1991) è di matrice fotografico-installativa e mira ambiziosamente a sintetizzare elementi provenienti da campi semantici differenti che, per affinità o discrepanza “creano un tessuto di esperienza e memoria personale”, scrive l’artista. Questa ricerca si traduce in lavori, come quello in mostra, di grande capacità evocativa che usano la fotografia come uno specchio delle sfumature e delle sovrapposizioni dell’anima e attraverso un’attenzione meticolosa per la matericità della realtà fotografata comunicano il desiderio potente di entrare inevitabilmente in relazione continua, costante e ripetuta con il mondo fenomenico. Un “effetto boomerang senza fine” come lo definisce Chiara Bugatti, che rende l’arte ricettacolo di progetti, sogni, pensieri, propri e altrui.
La natura e la sua preminenza come “punto di monitoraggio” privilegiato non esauriscono mai le loro possibilità espressive e soprattutto il loro potere di attrazione sui giovani artisti contemporanei.
Infatti, l’opera di Hsing-Chun Shih (Arabia Saudita, 1986, ma di nazionalità taiwanese), di vocazione profondamente pittorica nel senso più intenso del termine, recupera e integra la tradizione orientale, che tende sempre a riprodurre un pensiero definito – una meditazione per immagini – con quella occidentale, molto più attenta all’uso del colore e alla spontanea espressione del sé.
L’incontro con l’opera di Gianfranco Baruchello e i suoi studi veneziani le hanno aperto gli occhi sull’importanza del bianco, come vero e proprio strumento di semplificazione della struttura dei suoi dipinti. I lavori esposti, influenzati anche da un periodo di residenza lucano, riflettono questa rarefazione linguistica e pittorica e tratteggiano in modo essenziale, ma non per questo meno ricco di senso, un rinnovato paesaggio interiore.
Giocano sulla presenza-assenza degli spazi vuoti le sculture di Gianluca Brando (Maratea, 1990) che portano in sé impresse le tracce del loro farsi. La superficie scabra – ed estremamente ricettiva nei confronti dell’aria e della luce – degli elementi scultorei in terracotta, gesso, cemento si fa alveo per la sedimentazione materica e per quella dello sguardo, costretto a sostare nelle pieghe dell’oggetto. Forme primitive che ripercorrono e rinnovano ricerche di lungo corso, da Giuseppe Penone a Michael Dean e che si impongono senza fatica nello spazio.
Gruppo CAIRN (Bruno Amplatz, Andrea Conci, Aran Ndimurwanko e Adriano Siesser) riesce ad unire la matrice di ricerca naturalistica e ispirata alla Land Art di precedenti lavori – i Baccelli olfattivi di Villa Breda (PD), e l’installazione unwelten (foresta) a Grigno (TN) – ad una base concettuale molto solida: la ritualità perpetuata attraverso una performance sonora. L’installazione Larvae, infatti, propone cinque maschere collegate ad un computer che, assorbita la voce dello spettatore, la restituisce in maniera alterata, assurdamente rievocando i canti religiosi delle feste ritiane dedicata e Santa Rita da Cascia. La denominazione zoologica si fonde con l’origine latina del termine – spettro, apparizione – e il portato antropologico della maschera come simbolo dietro cui il volto scompare richiamano consapevolmente i “mostri e le creature che abitano l’universo immaginario medievale e rinascimentale delle miniature e dei bestiari, magistralmente rielaborate da Hieronymus Bosch, pittore del ‘mondo alla rovescia’ e della geniale follia nascosta nell’uomo, in grado ogni volta di interpretare tutti i vizi e le mostruosità possibili” scrive Adriano Siesser.
Meno inquietanti, ma ugualmente eteree nel significato le opere di Sachi Satomi (Osaka, 1986) che materializzano il processo di assorbimento dell’ossigeno da parte delle piante in forma di delicate molecole colorate, simili a “mobiles” in miniatura. Attribuire una “memoria” delle loro azioni vitali ai vegetali ed entrare nel loro microcosmo con delicatezza è l’obiettivo della giovane artista.
Nell’ambito della manifestazione LuciSorgenti si innesta la forza creativa dell’opera performativa di Monica Palma con Francesca Massari, Raffaella Molinari e Monica Palma intitolata Minne nome d’amore.
L’azione è stata rappresentata in altre occasioni, ma deve la sua nascita al forte legame con la Serra Maggiore di Parcobaleno, Bosco Virgiliano (Mn).
Al centro della narrazione c’è Mechthild von Magdeburg, scrittrice e mistica del XIII secolo, appartenente al movimento delle Beghine del Nord, donne che hanno praticato l’amore per la libertà e l’indipendenza verso l’autorità maschile ed ecclesiale. Scrive Monica Palma che “a lei Luisa Muraro ne ‘Il Dio delle donne’ attribuisce l’invenzione dell’amore per niente e fatto di niente, amore annientato, che opera la grande decantazione di tutte le costruzioni e di tutte le mediazioni umane e ne fa un’apertura totale all’Altro che consente all’anima di abbeverarsi ad esso, l’Altro, il reale”. Innegabile il punto di contatto con la figura della mistica Santa Rita da Cascia, che rese l’amore per Dio il punto più sublime della sua esistenza.
La figura di Mechthild von Magdeburg viene resa attraverso un’ipotesi performativa del suo libro “La luce fluente della divinità”, il primo testo in prosa di lingua tedesca. La Minne del titolo è una vergine che “sorgente inesauribile di poesia e di virtù, simbolo di fedeltà e dedizione sempre rinnovato, che fluisce da e verso l’anima” scrive Donata Negrini. La sfida è raccontare l’amore scevro da qualsiasi contaminazione dell’Eros pagano e dell’amore romantico contemporaneo, rifacendosi direttamente al termine tedesco “liebe”: uno stato di grazia disinteressata, raggiunto il quale, si è davvero prossimi alla divinità.
Chiara Ciolfi
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